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Rimasti Indietro
view post Posted on 25/10/2009, 10:04Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 18/12/2009, 20:06



Rating: Arancione
Genere: Romantico, Drammatico, Sentimentale
Personaggi: Elise Jaqueline Lemaire, Denise Marie Collins, Michael Frederick Brooks, Damon Basil White, Jimmy Daley Cruz, Margot Angie Begum, Jackson Edmund Russell, Francesca Isabella Bucilli, Francine Amélie Roche.
Note(facoltative): Nessuna
Link: Rimasti Indietro su Efp



Rimasti Indietro




A tutti quei poveri ragazzi
che fra droga, anoressia e prostituzione
si preparano ad un lento suicidio.






La storia si ispira all'articolo n.3 della Costituzione Italiana -
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Tutto ciò che vedete -personaggi, città, frasi e riflessioni- sono mie invenzioni. Pertanto, ne proibisco il plagio.



«Una ragazza fragile che si fa picchiare dal suo fidanzato.
Un insensibile che manipola le persone.
Un'anoressica con problemi esistenziali.
Un giocatore di football abbandonato dai genitori.
Un down alla ricerca d'affetto.
Un ragazzo di colore discriminato dai suoi coetanei.
Un'isterica in preda a scatti di rabbia.
Una prostituta col cuore d'oro.
Una lesbica allontanata dalla gente.
Le vite di ognuno di loro si intrecciano l'un l'altra, in un turbine di emozioni,
roventi passioni e intense gelosie,
sullo sfondo di una movimentata Saint Catherine;
ed io, che do a tutto questo il titolo di Rimasti Indietro, sono qui per raccontarvele».







Quella era una mattina piuttosto tranquilla, a Saint Paul.
Le finestre erano spalancate, permettendo ad un caldo sole di Maggio di penetrare nella sua camera.
Rannicchiata dietro le bianche tende, in un angolino ombroso della stanza, v'era una gracile fanciulla dai capelli arancio sbiadito; gli occhi verdi, tersi e chiari, erano persi nel cielo vellutato.
I fiori del mandorlo sbocciavano in tutto il loro splendore, e il candido profumo delle rose giunse sino a lei; le pareti e le coperte del grande letto erano bianche, quasi a rispettare l'armoniosa libertà con la natura circostante; dal balcone si poteva ammirare l'incantevole distesa di prato e fiori variopinti e annusare l'aria pulita di chi, come lei, viveva “fuori dal mondo”.
Tutto taceva sotto il dolce tepore dei raggi solari; persino l'arpa, il cui magico suono aveva da sempre occupato gran parte del suo tempo, ora giaceva lì tutta sola, dinanzi alla finestra.
Tutto sembrava morire nel silenzio.
Elise si portò una mano al cuore e ne sentì i lievi battiti.
Sarebbe voluta scappare lontano senza guardarsi indietro, per non sentire, per non vedere quella prigione di menzogna che lei stessa aveva creato.
Ma questo non era possibile.
«Quando torni a casa richiamami, devo parlarti». Elise ascoltò più volte quella voce registrata al telefono, quella dannata voce da prepotente, che, ahimè, conosceva bene.
Il sangue scivolava lentamente lungo il suo braccio.
Non lo richiamò.

La musica si stava diffondendo in tutta la casa. Denise adorava la musica.
Era la principale fuga dai terribili problemi con cui era costretta a convivere, perché questa era la cosa che sapeva fare meglio: scappare.
Era davanti allo specchio e si osservava in intimo, gli occhi color noisette percorrevano il suo corpo. «Sono grassa... orribile... repellente...», continuava a mormorare, in preda al panico.
Avrebbe avuto il coraggio di andare a scuola? No di certo. Che cosa le costava un filone, in fondo? E poi, in quelle condizioni, non poteva presentarsi ai suoi compagni.
Sentì delle grida dal piano di sotto, ma non ci fece caso. Pochi secondi dopo ecco suo padre, sulla soglia della porta, rosso e sudato; continuò a gridare parole incomprensibili, ma lei non aveva nessuna voglia di starlo a sentire.
«Vuoi spegnere quella cazzo di radio, porca puttana?!» Denise obbedì.
Calò un imbarazzante silenzio.
Lui la fulminò con lo sguardo e tornò di sotto, diretto ai fornelli e alla sua colazione; la moglie era morta molti anni prima.
Sospirò profondamente e tornò ad osservare il suo corpo secco e ossuto, ancora troppo in carne ai suoi occhi.

Tutti hanno qualcuno per cui vivere.
Qualcuno per cui combattere, lottare fino alla fine.
E se una qualunque persona diceva che Michael, un diciottenne americano cordiale ed esuberante, non era capace di amare nessuno fino a quel punto... beh, non lo conosceva affatto.
Piuttosto estroverso, poteva avere tutti gli amici che desiderava; ma lei, lei, la taciturna signorina in fondo alla classe, sempre sola, era una sorta di calamita per lui: trascorreva il suo tempo a fissarla, sperando in qualche modo che lei gli rivolgesse uno dei suoi profondi sguardi, o uno dei suoi splendidi quanto rari sorrisi, ma invano.
«Amico, non hai speranze» gli disse piano il suo vicino di banco, posandogli una mano sulla spalla. «Non ti guarda nemmeno... dai, lascia stare».
Michael non si mosse.
«Ehi, guarda che ci ho provato anch'io. In realtà non è interessata a nessuno, quindi lasciala perdere...»
Ma non poteva. Sentiva che quella strana ragazza nascondeva qualcosa, qualcosa di cui lui non poteva fare a meno, e che doveva scoprire a tutti i costi; sapeva di essere attratto da lei, come tanti altri del resto, ma la fastidiosa sensazione di perdere una battaglia e la sua stramaledettissima testardaggine, che spesso lo trascinavano nei guai, lo spinsero ad alzarsi e a camminare verso la sua Giulietta, la donna per cui era disposto a lottare fino alla morte, consapevole dei rischi ma allo stesso tempo forte e sicuro come non mai.

«Ehi Max, hai preso quel fottuto cellulare?»
«Sì cazzo, sto filmando tutto!»
«Girati, dai!»
«Guardate! Si è cagato addosso!»
La classe scoppiò in una fragorosa risata.
Volavano carte appallottolate, matite, penne e quant'altro ancora; gli studenti urlavano e ridevano come pazzi e del professore neanche l'ombra.
Damon non riusciva a capire cosa stesse succedendo.
Era in piedi, accanto alla cattedra colma di fogli volanti e libri vari; tutti i suoi cari compagni ridevano, ma non riusciva a capire il motivo, e siccome voleva molto bene ai ragazzi -e sicuramente il sentimento era ricambiato- si chiedeva perché non facessero ridere anche lui.
Era contro la lavagna, incapace di ricordare come ci fosse arrivato, e quando provò a voltarsi qualcuno lo prese per i capelli e gli fece sbattere la testa al muro.
Le risate si fecero più forti, e anche lui rideva, perché se i suoi amici erano contenti anche lui era contento. Sentì dei piccoli passi avvicinarsi, e doveva essere una donna, perché il lieve rumore dei tacchi era inconfondibile.
«Lascialo stare, Revan», mormorò una voce melodiosa. Elise, forse.
Chi è che doveva lasciar stare? Revan lo conosceva - era un bravo ragazzo, non faceva del male a nessuno.
«Tranquilla bambola, non disperare, all'uscita ci facciamo una bella scopata. Ok?»
Un secondo, un sospiro e poi lo schiaffo. Sentì la mano che lo teneva fermo allentare la presa, e Damon poté girarsi e sorridere alla classe esultante.
Un quaderno lo colpì dritto in faccia.

«Perfetto, Jim! Continua così e vinceremo sicuramente!», il professore di Educazione Fisica gli strizzò l'occhio.
Jimmy, dal canto suo, sorrise e abbassò la testa; era il tipico studente modello che tutti gli insegnanti lodavano con orgoglio – educato, gentile, diligente e allo stesso tempo determinato, veloce e abbastanza forte nel football americano.
Alcuni ragazzi lo osservavano carichi di gelosia. Possibile che uno come lui, un plebeo spuntato da chissà dove, arrivato a scuola, per giunta, verso la metà dell'anno scolastico, potesse entrare a far parte della loro rinomata squadra e conquistare in così poco tempo tutti i docenti – compreso quello di motoria?
Jimmy si accinse a tornare in classe prima del suono della campanella, quando sentì i commenti dei suoi compagni alle sue spalle – probabilmente usavano un tono di voce un poco più alto, giusto per farsi sentire da lui.
«I neri come lui dovrebbero andare a pulire i cessi».
«Leccaculo e pure frocio».
«Che schifo, scommetto che sua madre fa i pompini a tutti quan...»
Jim si bloccò. Sua madre?
Tornò sui suoi passi, stavolta diretto verso quella banda di impertinenti. Si avvicinò ad uno di loro, guardandolo dall'alto al basso; il cafone gli rivolse un'occhiata sprezzante.
«Sei proprio un bambino», gli soffiò Jimmy all'orecchio.
«Vuoi fare a botte, pezzente?»
«Qui nessuno alzerà le mani finché ci sono, intesi?», una voce tonante li interruppe. Jim si voltò, trovandosi di fronte un suo coetaneo poco più basso di lui, con i capelli e gli occhi castani, il sorriso furbo e un fisico piuttosto allenato. «Piacere, Michael, il capitano», aggiunse stringendogli la mano.
«Volevo solo insegnargli le buone maniere, non picchiarlo».
«Sì, sì, lo so, con Bart bisogna essere pazienti», agitò una mano con noncuranza, quasi a ripetere per l'ennesima volta una frase ormai imparata a memoria. «Tu sei...?»
«Jimmy. Jimmy Cruz».
«Cruz? Sei il brasiliano di cui ho sentito parlare?»
Si stupì. Chi parlava di lui? Sicuramente dei villani come quelli della squadra.
«Sì...», ammise a bassa voce.
Michael lo guardò perplesso ancora un momento. «Beh... che ne dici di fare un giro, Jim

Vivi e lascia vivere era un motto praticamente sconosciuto alla grigia e monotona città di Stones. I suoi cittadini erano, almeno all'apparenza, persone perbene dai sorrisi affabili e la voce calma e serena.
Margot odiava tutto questo.
Odiava trovarsi lì, odiava avere a che fare con degli ipocriti, odiava aver lasciato il suo paese d'origine e odiava coloro che l'avevano trascinata in quel posto nero.
Sì, perché infondo erano stati i suoi genitori ad assicurarle una vita migliore e degli studi migliori; Saint Catherine non era un granché e non poteva offrirle molte probabilità di lavoro, ma di certo era più energica e attiva della lugubre Stones.
Aveva vissuto a Saint Catherine per circa diciotto anni, dove il suo carattere estroverso le aveva permesso di costruirsi, pian piano, un grande palazzo di amicizie; e ora, dopo un violento tornado, non ne rimanevano altro che detriti. Era costretta a ricominciare tutto da capo, in quella città dove la gente come lei era messa da parte; l'ipocrisia, la falsità e tutto ciò che Margot detestava era sugli altari.
Aveva sognato molte volte di tornare alla sua vecchia Saint Catherine, per vedersi di nuovo in una risata sincera, ma immaginare se stessa proiettata in un futuro lontano, con tanti figli e tanti soldi, era decisamente più allettante.
E poi se non era felice adesso lo sarebbe stata in seguito, quindi perché preoccuparsi?
Ma la verità era che l'atmosfera buia della città la stavano dominando senza che se ne accorgesse, cancellando tutti i residui lieti e frizzanti in lei, scavando nel profondo fino ad arrivare a cambiarla radicalmente.
Margot gettò il capo all'indietro e fece svolazzare i lunghi capelli lisci e neri come petrolio.
Tutto di lei non combaciava con la perfezione apparente degli altri: i poveri piedi, costretti su scarpe coi tacchi a spillo, la sorreggevano a malapena; i vecchi jeans erano sdruciti e ormai troppo stretti; il verde smeraldo dei suoi occhi era messo in risalto dal loro rossore, segno di parecchie notti in bianco.
Quando rialzò lo sguardo realizzò di trovarsi nel piccolo appartamentino suo e del fidanzato. Diede un'occhiata al tavolo zeppo di ciotole vuote, macchie di latte, tegami sparsi e il tè che le era scivolato a terra la mattina stessa, nella fretta quotidiana.
Sulla sua estremità, in procinto di cadere, erano appoggiate ben quattro buste da lettere; le prese e le guardò una ad una con aria di sufficienza.
Ovviamente erano pagamenti; e lei, che era in bolletta totale, iniziò a domandarsi da dove avrebbe cacciato tutti quei soldi.
Poi, stupita, notò un'altra lettera. Il mittente era Alex; niente da pagare, dunque.
La aprì con cautela e mille sensazioni la invasero; si sentiva come una ragazzina prima di scoprire una grande verità. Alex, anche se lo conosceva da tempo, le faceva ancora questo effetto.
La scrittura era disordinata e il foglio era macchiato in più punti; Margot se lo immaginò ore prima, nella mattina, chino sul tavolo ancora sporco impegnato a mettere su qualcosa di decente – prima di scappare al bar o a giocare a calcio.
Sorrise al solo pensiero e cercò di decifrare le poche frasi confuse di Alex.
“Cara Margot,
non so più cosa provo per te.
Brucia pure le mie foto, dimenticami, cancella tutto ciò che ti ricorda i momenti felici passati insieme.
Ma non cercarmi più.
Addio.”
Margot fissò il testo senza riuscire a credere ai propri occhi. Lo rilesse più volte, soffrendo lo stesso dolore di una lama, seppur invisibile, conficcata nel petto.
Le mani tremavano e lasciarono cadere la lettera, così come cadeva il suo cuore, lentamente, fino ad infrangersi a terra in mille schegge di malinconia.
Non aveva avuto il coraggio di dirle tutto in faccia, preferendo una via più semplice e vantaggiosa: un foglio di carta.
Lei gli aveva donato tutto: Amore, soldi, felicità. Lui... la ricambiava così.
E d'un tratto si accorse di essere sola, sola contro lui, sola contro la sua cerchia di compagni inaffidabili, sola contro tutti. Ma a lei andava bene così.

Il sole cominciava a sparire dietro le basse montagne. Il tramonto era uno dei momenti che adorava osservare di più; era la morte della giornata, la fine dei sorrisi, degli scherzi e della gioia, della sfavillante luce del sole, il tempo della stanchezza e delle riflessioni.
Riflettere ed esplorare, con la mente e con il corpo, erano le azioni preferite di Jackson - anche se a prima vista, dal suo essere possente e aggressivo, nessuno l'avrebbe detto.
Eppure era bello sentire la brezza leggera nei suoi capelli corvini, quasi a rassicurarlo, a sostenere la sua già ferma convinzione che in qualunque caso e in qualunque luogo lui ce l'avrebbe fatta, che si trattasse di fare un esame particolarmente facile o di buttarsi da un elicottero, senza paracadute.
Era proprio il suo carattere combattivo, la sua intelligenza, il suo fascino o la sua popolarità ad attirare gli altri come le mosche al miele?
Spesso si era posto questa domanda, senza riuscire ad avere effettivamente una risposta; gli altri non sapevano nemmeno di che pasta era fatto veramente, non erano al corrente di ciò che era capace di fare, e, fortunatamente, pochi avevano sperimentato la sua potenza.
Erano tutti così ingenui, così convinti di poter diventare suoi amici...!
Lui non aveva amici: quelli che lo circondavano erano solo passatempi, persone con cui parlare in assenza della sua fidanzata – e neanche con lei si confidava molto.
Erano marionette da muovere a suo piacimento, oggetti da usare e poi gettare; per questo era divertente.

Francesca ascoltava i suoni notturni della città dal suo balcone, poggiando il mento sulla mano. L'arietta estiva era delicata e deboli le luci dei lampioni lontani; chiuse gli occhi, sbuffando. “Oh, se solo lei fosse qui...”
«Tesoro, vieni a tavola, è pronta la cena!»
“Smettila di tormentarmi, non voglio, non voglio!” «Sì mamma, arrivo fra un minuto...»
Il cellulare vibrò. Era Rosalie, lo sapeva già. Ma non aveva nessuna intenzione di risponderle.
Da quando i suoi si erano trasferiti in America lei si era persa; aveva dovuto lasciare tutti i suoi vecchi amici per avventurarsi in una scuola dove non conosceva assolutamente nessuno, e le cose, in quel momento, non andavano proprio bene.
L'Italia cominciava a mancarle terribilmente...

La periferia notturna di Saint Catherine era cosparsa da luci e sgargianti colori, provenienti maggiormente dai locali riservati ai soli adulti.
Girare poi per le strade, da soli e indifesi, era un vero e proprio pericolo; lì si concentravano gruppi della mala gente, spacciatori di droga e, come è solito vedere nelle zone di cattiva fama, prostitute.
Francine faceva parte di quest'ultima categoria.
La pessima condizione familiare in cui era costretta a vivere, i pochi soldi che aveva in tasca e la perdita delle amicizie a lei care l'avevano costretta a spingersi verso quei luoghi che dapprima disprezzava; ora, fra il fumo, la droga e lo sporco sesso a pagamento si era fatta una nuova vita, una vita che comprendeva sì molti ostacoli, ma anche delle vere amiche, indipendenza e tanta voglia di lottare per sopravvivere.
All'inizio aveva avuto paura di inoltrarsi in quel tunnel profondo, che non garantiva un'uscita e si mostrava via via sempre più buio, ma poi, col passare del tempo, ci aveva preso gusto.
In fondo andare a scuola e fingere di essere una ragazza perbene, raccogliersi sempre i lunghi capelli biondi in una coda di cavallo e indossare vestiti che superavano le ginocchia non faceva per lei.
Non era più la bambina innocente dagli occhioni azzurri con la maglietta rosa e la vocina imbarazzata. Era cambiata, era una donna nuova.
E i suoi mini-vestitini, il suo carattere forte e deciso e il suo modo di far cadere gli uomini ai suoi piedi era la prova.
Un uomo sbatté violentemente la bottiglia di birra sul tavolo, urlando come tutti gli altri, evidentemente ubriaco. Lei, rimasta in mutandine e reggiseno, si appoggiò alle sue gambe e avvicinò la lingua al suo collo.
La musica le stava dando alla testa, ma non ci fece troppo caso.
Chiuse gli occhi e continuò il suo amaro lavoro.


Edited by ,fleur - 25/10/2009, 13:11
 
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